181
Ambiente di Leonardo Del Tasso, Firenze, fine del XV secolo
Corpus Christi
scultura in legno policromo, cm. 90x94 circa (restauri; cadute di colore; il perizoma in cartapesta)
L'opera si inserisce pienamente nella tradizione fiorentina tra la fine del XV e i primi decenni del XVI secolo, in un ambiente artistico segnato dalla presenza di Leonardo del Tasso, scultore noto per la qualità espressiva e la finezza tecnica delle sue opere lignee. Pur non potendo essere attribuita direttamente al maestro, la scultura mostra elementi che rimandano con evidenza alla sua bottega o alla cerchia di artisti che ne recepirono i modelli. La resa del volto, delicata e improntata a una malinconica compostezza, richiama da vicino quella del Cristo alla colonna attribuito a Del Tasso, dove la tensione emotiva è affidata alla morbidezza dei lineamenti e alla calibrata inclinazione del capo. Anche in questo esemplare, la testa leggermente reclinata, lo sguardo abbassato e la definizione delle palpebre rimandano alla stessa ricerca di un pathos contenuto, tipico del maestro. Analogamente, la modellazione del torso, con la gabbia toracica appena accennata e la muscolatura trattata con un naturalismo misurato, trova confronti con il Crocifisso della chiesa di San Lorenzo a Pistoia, dove Del Tasso combina un’attenzione anatomica di matrice quattrocentesca con una crescente sensibilità espressiva. Tuttavia, nel presente Corpus Christi la struttura del corpo appare più rigida, con una minor articolazione dei volumi: un tratto che suggerisce la mano di un seguace, meno raffinato ma attento a replicare i modelli del maestro. La trattazione dei capelli, disposti in ciocche fluide ma semplificate, mostra un’analogia con le soluzioni adottate da Del Tasso nei suoi busti e figure devozionali, sebbene qui la resa risulti meno minuziosa e più lineare. Anche il perizoma, con pieghe ampie e regolari, richiama la sobrietà delle drapperie tassiane, ma senza raggiungere la complessità plastica delle opere certe. La policromia, conservata in parte, presenta tonalità coerenti con le pratiche delle botteghe fiorentine dell’epoca: incarnati leggermente verdastri, lumeggiature ocra e tracce di sangue stilizzato. Rispetto alle opere di Del Tasso, dove la policromia contribuisce in modo determinante alla resa emotiva, qui il colore appare più semplificato, confermando l’intervento di un artista della sua cerchia. Nonostante le evidenti mancanze e le abrasioni della superficie, la scultura conserva una notevole intensità devozionale e costituisce una testimonianza significativa della diffusione del linguaggio di Leonardo del Tasso tra gli scultori minori attivi nella Firenze dei primi anni del XVI secolo. Le affinità con le opere certe del maestro, unite alle differenze qualitative e stilistiche, permettono di collocare l’opera in un ambito tassiano, attribuendola con sicurezza a un artista che ne conosceva profondamente i modelli.
scultura in legno policromo, cm. 90x94 circa (restauri; cadute di colore; il perizoma in cartapesta)
L'opera si inserisce pienamente nella tradizione fiorentina tra la fine del XV e i primi decenni del XVI secolo, in un ambiente artistico segnato dalla presenza di Leonardo del Tasso, scultore noto per la qualità espressiva e la finezza tecnica delle sue opere lignee. Pur non potendo essere attribuita direttamente al maestro, la scultura mostra elementi che rimandano con evidenza alla sua bottega o alla cerchia di artisti che ne recepirono i modelli. La resa del volto, delicata e improntata a una malinconica compostezza, richiama da vicino quella del Cristo alla colonna attribuito a Del Tasso, dove la tensione emotiva è affidata alla morbidezza dei lineamenti e alla calibrata inclinazione del capo. Anche in questo esemplare, la testa leggermente reclinata, lo sguardo abbassato e la definizione delle palpebre rimandano alla stessa ricerca di un pathos contenuto, tipico del maestro. Analogamente, la modellazione del torso, con la gabbia toracica appena accennata e la muscolatura trattata con un naturalismo misurato, trova confronti con il Crocifisso della chiesa di San Lorenzo a Pistoia, dove Del Tasso combina un’attenzione anatomica di matrice quattrocentesca con una crescente sensibilità espressiva. Tuttavia, nel presente Corpus Christi la struttura del corpo appare più rigida, con una minor articolazione dei volumi: un tratto che suggerisce la mano di un seguace, meno raffinato ma attento a replicare i modelli del maestro. La trattazione dei capelli, disposti in ciocche fluide ma semplificate, mostra un’analogia con le soluzioni adottate da Del Tasso nei suoi busti e figure devozionali, sebbene qui la resa risulti meno minuziosa e più lineare. Anche il perizoma, con pieghe ampie e regolari, richiama la sobrietà delle drapperie tassiane, ma senza raggiungere la complessità plastica delle opere certe. La policromia, conservata in parte, presenta tonalità coerenti con le pratiche delle botteghe fiorentine dell’epoca: incarnati leggermente verdastri, lumeggiature ocra e tracce di sangue stilizzato. Rispetto alle opere di Del Tasso, dove la policromia contribuisce in modo determinante alla resa emotiva, qui il colore appare più semplificato, confermando l’intervento di un artista della sua cerchia. Nonostante le evidenti mancanze e le abrasioni della superficie, la scultura conserva una notevole intensità devozionale e costituisce una testimonianza significativa della diffusione del linguaggio di Leonardo del Tasso tra gli scultori minori attivi nella Firenze dei primi anni del XVI secolo. Le affinità con le opere certe del maestro, unite alle differenze qualitative e stilistiche, permettono di collocare l’opera in un ambito tassiano, attribuendola con sicurezza a un artista che ne conosceva profondamente i modelli.
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