146
Giovanni Lanfranco (ambito), Parma 1582 - Rome 1647
Galatea e Polifemo
olio su tela, cm. 186x296 (cadute di colore; difetti); cornice in legno laccato a finto marmo e dorato
La grande tela raffigura l’episodio mitologico di Galatea e Polifemo, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi (XIII, 738‑897): la ninfa Galatea, amata dal ciclope Polifemo, è qui rappresentata circondata da tritoni e nereidi, in un’atmosfera marina che fonde sensualità e dramma. Secondo il mito, Polifemo, innamorato della ninfa, la osserva mentre si intrattiene con il giovane pastore Aci; accecato dalla gelosia, scaglia contro di lui un masso che lo uccide, e Galatea, disperata, trasforma il sangue dell’amato nel fiume che scorreva nella Sicilia orientale. Nel dipinto, la scena si concentra sulla figura di Galatea, al centro, seduta su un delfino e avvolta da un drappo mosso dal vento, circondata da un corteo marino di tritoni e nereidi. Rispetto al celebre modello di Giovanni Lanfranco conservato alla Galleria Doria Pamphilj, questa versione introduce alcune varianti significative: il tritone che abbraccia la nereide a sinistra, il piccolo tritone bambino ai piedi di Galatea, e una maggiore densità di figure che amplifica il ritmo compositivo. Le pose e la disposizione generale restano fedeli al prototipo lanfranchiano, ma i dettagli — la resa dei corpi, la luce più diffusa, la modulazione dei toni bruni e verdastri — rivelano una mano diversa, forse appartenente alla bottega o alla cerchia del maestro. L’opera mantiene la monumentalità e il dinamismo tipici di Lanfranco, ma con un tono più intimo e narrativo: la tensione tra eros e tragedia si stempera in una visione più decorativa, dove il mare e le figure si fondono in un impasto cromatico morbido e vaporoso. La pennellata, meno vigorosa e più levigata, suggerisce un intervento di assistenti o seguaci attivi nella bottega romana del pittore, che replicarono il soggetto per committenze private nel corso del Seicento. Nel complesso, il dipinto si presenta come una derivazione, forse di bottega, dalla celebre opera di Lanfranco, arricchita da invenzioni proprie e da una sensibilità più narrativa che eroica, testimoniando la fortuna del tema ovidiano nella pittura barocca e la capacità del maestro di ispirare una scuola di interpreti capaci di tradurre il mito in immagini di intensa grazia e movimento.
olio su tela, cm. 186x296 (cadute di colore; difetti); cornice in legno laccato a finto marmo e dorato
La grande tela raffigura l’episodio mitologico di Galatea e Polifemo, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi (XIII, 738‑897): la ninfa Galatea, amata dal ciclope Polifemo, è qui rappresentata circondata da tritoni e nereidi, in un’atmosfera marina che fonde sensualità e dramma. Secondo il mito, Polifemo, innamorato della ninfa, la osserva mentre si intrattiene con il giovane pastore Aci; accecato dalla gelosia, scaglia contro di lui un masso che lo uccide, e Galatea, disperata, trasforma il sangue dell’amato nel fiume che scorreva nella Sicilia orientale. Nel dipinto, la scena si concentra sulla figura di Galatea, al centro, seduta su un delfino e avvolta da un drappo mosso dal vento, circondata da un corteo marino di tritoni e nereidi. Rispetto al celebre modello di Giovanni Lanfranco conservato alla Galleria Doria Pamphilj, questa versione introduce alcune varianti significative: il tritone che abbraccia la nereide a sinistra, il piccolo tritone bambino ai piedi di Galatea, e una maggiore densità di figure che amplifica il ritmo compositivo. Le pose e la disposizione generale restano fedeli al prototipo lanfranchiano, ma i dettagli — la resa dei corpi, la luce più diffusa, la modulazione dei toni bruni e verdastri — rivelano una mano diversa, forse appartenente alla bottega o alla cerchia del maestro. L’opera mantiene la monumentalità e il dinamismo tipici di Lanfranco, ma con un tono più intimo e narrativo: la tensione tra eros e tragedia si stempera in una visione più decorativa, dove il mare e le figure si fondono in un impasto cromatico morbido e vaporoso. La pennellata, meno vigorosa e più levigata, suggerisce un intervento di assistenti o seguaci attivi nella bottega romana del pittore, che replicarono il soggetto per committenze private nel corso del Seicento. Nel complesso, il dipinto si presenta come una derivazione, forse di bottega, dalla celebre opera di Lanfranco, arricchita da invenzioni proprie e da una sensibilità più narrativa che eroica, testimoniando la fortuna del tema ovidiano nella pittura barocca e la capacità del maestro di ispirare una scuola di interpreti capaci di tradurre il mito in immagini di intensa grazia e movimento.
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